Il terremoto visto 150 km dall’epicentro.

Il terremoto ti entra comunque dentro, ti inquieta. 

Tocca le tue emozioni più profonde, le tue certezze, la tua casa. 

Prima rimani sgomento, poi, come un pesciolino rosso, vaghi cercando di far finta di nulla, incominci la ricerca di notizie in tv, inizia il toto magnitudo, la conta delle vittime e delle devastazioni. 

Se ti è successo questo sei fortunato: sei oltre 100 km dall’ epicentro. Tranquillo, qualsiasi cosa tu faccia che stia a letto, oppure al lavoro, comodo sul divano, a fare shopping, avrai sempre un orecchio ed un occhio attento a quello che ti succede intorno…non è più la stessa cosa. 

Per fortuna che il corpo umano con il tempo sopisce queste sensazioni che, sopratutto per quelli che hanno la responsabilità di figli, genitori anziani, di lavorare per vivere, possono portare a gravi situazioni di stress psicologico. Evitate di ragionarci troppo, mettete da parte lo sgomento, ritornate alle vostre abitudini e sopratutto impegnatevi a far crescere la cultura del costruire antisismico. Ci hanno abituato a vedere l’estetica delle cose. Il valore di una CASA non è nelle sue finiture, ma prima di tutto nella sua capacità di proteggere voi ed i vostri figli da eventi purtroppo imprevedibili, non prendetevi in giro.. tutti noi abbiamo vissuto un terremoto e sicuramente siamo coscienti che ne sopporteremo altri…
Comprereste una bella autovettura, ma con difetti all’ impianto frenante? Vi interesserebbe sapere quanto consuma? Applichiamo questa regola al costruire:

Freni a posto? antisismica

Consumi? risparmio energetico

Comfort? Salubrita’ & comfort

Estetica? estetica

Tagliandi?  manutenzioni
Prezzo? valore adeguato alle prestazioni, NON si può peró prescindere dalle sicurezze di base prime tra queste la sicurezza e la salubrita’.

Da qui l’importanza della #diagnosi. Dalla carta di circolazione delle autovetture alla #cartadiproprieta dei fabbricati.

Devi pretendere di sapere le caratteristiche della tua casa altrimenti ben che ti vada continuerai a vivere come un #pesciolinorosso 

Pasqua 2016 – Il “miracolo” della Santa Spina

Il 25 marzo 2016 è atteso anche a Serra San Quirico il “miracolo” della Ss. Spina .

La Ss. Spina è un segno della Passione di Cristo , il Dio fatto uomo, morto in riscatto dell’uomo.

Secondo la tradizione, negli anni (rarissimi, il prossimo nel 2157)  in cui il Venerdì Santo coincide con il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione, molte SS. Spine ritenute appartenenti alla Corona di Cristo e conservate in alcune Chiese d’Italia e d’ Europa manifestano incredibili prodigi che vanno dal fenomeno della fioritura a quello del rinverdimento o della reviviscenza.

La Sacra Spina di Serra San Quirico (“Santa” Spina per i Serrani) è venerata da secoli nell’abside della Chiesa di San Quirico. Si narra che la reliquia vi sia stata portata da un devoto crociato, come dono per il suo paese natale. Due Papi, nel 1.500 e nel 1.800, L’ hanno venerata a Serra. Testimonianze di pievani di S. Quirico narrano di eventi prodigiosi e di miracoli attribuiti alla S. Spina. La Pro Loco di Serra ed il Comitato della S. Spina stanno valorizzando l’evento con conferenze e gesti di devozione popolare (veglie di preghiere). Il miracolo di un risveglio popolare di affezione alla nostra Reliquia c’è già stato.

Il prossimo evento (coincidenza 25 marzo-venerdì Santo) è previsto per il 2157. Ci saremo?

 

Copia di SS.Spina

 

Si ringrazia l’Avv. Romeo Ferrini (Pres. Pro Loco e Co.de.S.S.) per l’informativa ed il supporto fornito.

Auguri di Natale con la “CORONA di FEDERICO II”

IMG_4240[1] IMG_4238 IMG_4234 FullSizeRenderLa Corona di Federico II

“Riempi di contenuti emozionanti ogni tua azione, starai bene tu e farai star bene gli altri”

Come tutti gli anni ci piace augurare “grandi feste” ai nostri clienti ed amici, ci piace farlo donando un pensiero che “emozioni”.

Quest’anno abbiamo pensato alla  “Corona di Federico II”, entrata a far parte del progetto Dolcezze della Vallesina.

Federico II nasce a Jesi nel 1194, da madre siciliana e  padre tedesco. Durante un viaggio dei due genitori Enrico VI  e Costanza d’Altavilla per andare a conquistare il Regno di Sicilia, si narra che ella dovette fermarsi lungo il cammino perché stava per mettere al mondo il loro primogenito. Enrico VI proseguì il viaggio, e proprio quando fu incoronato re di Sicilia, nacque suo figlio Federico. Divenuto grande, Federico II fu incoronato imperatore del Regno di Sicilia e di Germania. Durante le sue imprese non dimenticò mai la sua città natale e per ringraziare gli abitanti, della loro devozione continua alla sua persona, decise di renderla autonoma e offrirle moltissimi privilegi. Con l’intento di rendere omaggio a Jesi, l’imperatore fece un altro atto importante, chiese agli jesini:

“Volete che Jesi diventi città regia o un porto ed il fiume Esino navigabile?”

Purtroppo si preferì la “città regia” perché garantiva dei privilegi immediati, principalmente di tipo economico. Probabilmente, ad oggi, con il senno del poi l’esito navigabile sarebbe stata una soluzione più efficace, un vero successo!!!

Così vollero però gli jesini e Federico II li accontentò.

Oggi questo grande imperatore è ricordato come simbolo della nostra splendida città.

Se noi jesini ci chiedessimo “Quale e’ un dolce tipico di Jesi?”, probabilmente non sapremmo rispondere, perché jesi non ha un suo dolce tipico.

Abbiamo trovato noi una soluzione: la Corona di Federico II. Un “souvenir da Jesi”, un dolce unico e ricco, degno di un Imperatore colto, illuminato e lungimirante, nostro illustre concittadino.

Un dolce tematico, un “pezzettino” di jesi, esteso alla Vallesina.

Ne è nato il disegno della corona. Un’antica pasticceria jesina si è occupata di dar vita ad una golosa ricetta che si sposasse con la ricchezza delle doti del grande Federico II. I due elementi si sono elegantemente incontrati, fornendo a questa “dolcezza” la sua unicità.

Ci siamo divertiti, volevamo emozionare… Speriamo di esserci riusciti.

Un mondo di Auguri,

ll team INGEN.

Elogio alla costruzione Renzo Piano

discorso davanti a Bill Clinton ricevendo il premio Pritzker, il “Nobel per l’Architettura”.

Signor Presidente, signora Clinton, signore e signora Pritzker.

E’ naturalmente per me un grande onore ricevere il Premio Pritzker 1998, e voglio innanzitutto ringraziare i membri della giuria.
Aprendo le porte del tempio a uno come me, che è cresciuto standone sempre a una certa distanza, si sono presi una bella responsabilità.
Io, naturalmente sono felice, orgoglioso e grato di essere nominato architetto dell’anno, qualunque cosa ciò voglia dire.
E’ una cosa un po’ buffa: ricorda la top dell’anno, il meglio della stagione, il record del mese.
Non è che anche l’architetto sia a scadenza, come i medicinali: finito l’anno, finito l’architetto? Ma che cosa è esattamente un architetto? Che cosa è l’architettura?
Sono trent’anni che faccio questo mestiere, e solo ora comincio a capire che cosa è.

L’architettura, intanto, è un servizio, nel senso più letterale del termine.
E’ un’arte che produce cose che servono. Ma è anche un’arte socialmente pericolosa, perché è un’arte imposta.
Un brutto libro si può non leggere; una brutta musica si può non ascoltare; ma il brutto condominio che abbiamo di fronte a casa lo vediamo per forza.
L’architettura impone un’immersione totale nella bruttezza, non dà scelta all’utente.
E questa è una responsabilità grave, anche nei confronti delle generazioni future.
E l’architettura è un mestiere antico, forse il più antico della terra; o il secondo se preferite: è un po’ come la caccia, la pesca, la coltivazione dei campi, l’esplorazione dei mari.
Sono le attività originarie dell’uomo, da cui discendono tutte le altre. Subito dopo la ricerca del cibo, viene la ricerca di un riparo; a un certo punto, l’uomo non si accontenta più dei rifugi offerti dalla natura e diventa architetto.
L’architettura, infine, è un’arte che mescola le cose: la storia e la geografia, l’antropologia e l’ambiente, la scienza e la società.
E inevitabilmente è lo specchio di tutto ciò.

Ma forse posso spiegarmi meglio con un’immagine.
L’architettura è come un iceberg.
Non nel senso del Titanic, che se la incontri ti tira a fondo, ma nel senso che ne vediamo solo una piccola parte: il resto è sommerso e nascosto. Nei sette ottavi dell’iceberg che stanno sott’acqua troviamo le forze che spingono l’architettura verso l’alto, che consentono alla punta di emergere: la società, la scienza e l’arte.
L’architettura è società, perché non esiste senza la gente, senza le sue speranze, le sue aspettative, le sue passioni.
E’ importante ascoltare la gente.
Ed è difficile, soprattutto per un architetto. Perché c’è sempre la tentazione di imporre il proprio progetto, il proprio modo di pensare, o peggio, il proprio stile.
Credo invece sia necessario avere un atteggiamento leggero. Leggero, ma senza rinunciare a quell’ostinazione che consente di testimoniare le proprie idee e al tempo stesso di essere permeabili, di capire le idee altrui.
Non sono un boy scout e il mio richiamo allo spirito di servizio non vuole essere moralistico.
Molto semplicemente, è un richiamo alla dignità del nostro mestiere. Senza questa dignità rischiamo di perderci nel labirinto degli stili e delle mode.
Vivere l’architettura come servizio è certamente un condizionamento, un vincolo alla libertà creativa: ma chi ha mai detto che la creatività deve essere libera da ogni vincolo?
Vorrei dire di più: interpretare la società e i suoi bisogni è la ricchezza dell’architettura.
Firenze è bella perché è l’immagine dell’Italia del Rinascimento, dei suoi artigiani, dei suoi commercianti, dei suoi mecenati. Nelle sue vie, nelle sue piazze e nei suoi palazzi si riflette la visione della società di Lorenzo de’ Medici.
L’architettura è scienza. Per essere scienziato, l’architetto deve essere un esploratore, e deve avere il gusto per l’avventura.
Deve affrontare la realtà, con curiosità e coraggio, per conoscerla e per cambiarla.
Deve essere “homo faber”, nel senso rinascimentale del termine.
Pensate a Galileo: il cannocchiale era stato inventato per avvistare le navi, non certo per studiare il moto delle stelle. Alle stelle pensavano i teologi. Lui invece voleva indagare gli astri, e si mise contro la lobby più potente del suo tempo, per farlo.
E’ un’immagine che per me rappresenta molto: una formidabile lezione di curiosità per il nuovo, di autonomia di pensiero, di coraggio di esplorare l’ignoto.

Gli architetti devono vivere sulla frontiera, e ogni tanto attraversarla per vedere che cosa c’è dall’altra parte. Anche loro devono usare il cannocchiale per cercare ciò che non è scritto sui sacri testi.
Brunelleschi non progettava solo edifici, ma anche le macchine per costruirli.
Racconta Antonio Manetti come avesse studiato il meccanismo dell’orologio per applicarlo a un sistema di grandi contrappesi: con questo sistema fu sollevata l’armatura della Cupola.
È un bellissimo esempio di come l’architettura sia anche ricerca. E ci fa riflettere su una cosa importante: tutti coloro a cui oggi guardiamo con “reverenza” come classici, ai loro tempi sono stati grandi innovatori, sono stati “moderni”. Hanno trovato la loro strada provando e rischiando.

Nella motivazione del premio la giuria ha fatto un riferimento a Brunelleschi che mi riempie di orgoglio e di imbarazzo nello stesso tempo. Non è un modello raggiungibile, o anche solo avvicinabile. Se devo misurarmi con qualcuno, penso piuttosto a Robinson Crusoe: un esploratore capace di muoversi in terre sconosciute.

L’architettura è un’arte. Usa una tecnica per generare un’emozione, e lo fa con un linguaggio suo specifico, fatto di spazio, di proporzioni, di luce, di materia (la materia per un architetto è come il suono per un musicista, o le parole per un poeta).
Per me è molto importante un tema, quello della leggerezza (che ovviamente non si riferisce solo alla massa fisica degli oggetti).
Al tempo dei miei primi lavori era un gioco: una sfida un po’ ingenua fatta di spazi senza forme e di strutture senza peso. In seguito, questo è diventato il mio modo di essere architetto.
Io cerco di utilizzare in architettura elementi immateriali come la trasparenza, la leggerezza, la vibrazione della luce. Credo che facciano parte della composizione quanto le forme e i volumi. E come in tutte le arti ci sono momenti difficili.
Creare significa scrutare nel buio, rinunciare ai punti di riferimento, sfidare l’ignoto. Con tenacia, con insolenza, con ostinazione. Senza questa ostinazione, che io trovo sublime talvolta, si resta alla periferia delle cose. Finisce l’avventura del pensiero: comincia l’accademia.
Per creare veramente l’architetto deve accettare tutte le contraddizioni del suo mestiere: tra disciplina e libertà, tra memoria e invenzione, tra natura e tecnologia. Non si può sfuggire: se la vita è complicata l’arte lo è ancora di più.
L’architettura è tutto questo: società scienza e arte.
E, come l’iceberg, è il risultato di una stratificazione che dura da migliaia di anni. Come l’iceberg, è una massa in continuo cambiamento: il ghiaccio continuamente si scioglie e si riforma con l’acqua di oceani diversi. L’architettura è così lo specchio della vita. Per questo io vedo in essa prima di tutto la curiosità, l’ansia sociale, la voglia di avventura: sono queste le cose che mi hanno sempre tenuto fuori dal tempio.

Sono nato in una famiglia di costruttori, e questo mi ha dato un particolare rapporto con il “fare”. Ho sempre amato andare in cantiere con mio padre e vedere le cose nascere dal nulla, create dalla mano dell’uomo.
Per un bambino il cantiere è magia: oggi vedi un mucchio di sabbia e mattoni, domani vedi un muro che sta in piedi da solo, alla fine tutto diventa un edificio alto, solido, dove la gente può abitare. Sono un uomo fortunato: ho passato tutta la vita a fare ciò che sognavo da bambino.
Nel 1945 avevo sette anni, e iniziava il miracolo della ricostruzione dopo la guerra. Sappiamo che in nome del progresso e della modernità si sono dette e fatte tante schiocchezze. Ma per la mia generazione la parola “progresso” ha significato davvero qualcosa. Ogni anno che passava ci separava dall’orrore della guerra e di giorno in giorno la nostra vita sembrava migliore.
Crescere in quegli anni ci ha dato una fede ostinata nel futuro.
Appartengo a una generazione di persone che ha mantenuto per tutta la vita un approccio sperimentale, esplorando campi diversi, profanando le frontiere tra le discipline, mescolando le carte, prendendo rischi e facendo errori. E questo in terreni diversi. Dal teatro alla pittura, dal cinema alla letteratura e alla musica. Senza mai parlare di cultura.
Cultura è una parola fragile, che, come un fantasma, può svanire nel momento stesso in cui la evochi. Tutto ciò ti fa crescere istintivamente ottimista e ti fa credere nel futuro.
È inevitabile. Ma nello stesso tempo ami il passato (essendo italiano, o meglio europeo, non puoi fare diversamente): e quindi vivi sospeso tra la gratitudine verso il passato e una grande passione per la sperimentazione, per l’esplorazione del futuro.

Mi vengono in mente le parole di Francis Scott Fitzgerald che concludono “Il grande Gatsby” (nella bellissima traduzione in italiano di Fernanda Pivano): “Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.
È una splendida immagine, che rappresenta la condizione umana.

Il passato è un rifugio sicuro. Il passato è una costante tentazione.
E tuttavia il futuro è l’unico posto dove possiamo andare, se davvero dobbiamo andare da qualche parte.

BORSA del NONNO

….mail di uno studente universitario al papà….

“Borsa del nonno”

un’ idea magnifica !

Sapere che quello che stai studiando, ti viene finanziato da una persona a te cara, che purtroppo non ha potuto vederti crescere e maturare, ti sprona e ti riempie di il cuore di gioia.

Ti aiuta anche a prendere coscienza di quelle che sono le “routine” degli adulti, ti insegna come sopravvivere, come risparmiare, capire quali sono le cose fondamentali.

Ti fa capire il vero “peso” dei soldi, della fatica e dei sacrifici che bisogna fare per conquistarli.

Ti fa capire il vero “sapore” delle cose; il gusto di conquistarsi qualcosa perché lo si è realmente guadagnato, e non perché lo si è semplicemente chiesto.

Ti fa crescere in meglio.

……mail firmata

La tua #casa ideale ? Come il tuo #partnerideale !!

Per puro esercizio ho chiesto ad un collega di disegnarmi la #donnaideale.

Senza preavvisi e preparazione ci siamo seduti nella nostra sala riunioni con un blocco, una matita e un iphone.

Inizio chiedendogli di disegnarmi la “donna ideale” descrivendone quali, a suo piacimento, ne siano i canoni.

IO: << Secondo te, com’è la donna ideale?>>

LUI: << La “donna ideale” può essere soltanto tua; io posso solo aiutarti a capire quale essa sia.>>

IO: << Okay, mi piace questo gioco!!>>

Inizio a descrivere la mia “donna ideale”.

Tra le tante richieste, arrivo perfino ad indicargli di desiderare che la mia “donna ideale” abbia un seno prosperoso…LUI, mi accontenta disegnandolo!

Disegna un seno talmente bello e realistico che mi fa arrossire, non volevo una “sex simbol”, volevo solamente la mia “donna ideale”!!!… LUI capisce il mio imbarazzo e subito pone rimedio: la veste.

Da li in poi un tripudio di richieste esaudite: fiori, gioielli, sguardo seducente, occhi profondi e capelli mossi dal vento che non dimenticherò mai!

IO: <<Non sarei mai stato capace di disegnare la mia “donnaideale”!>>…

E LUI, non ha disegnato la sua “donna ideale”, ma la mia!

Questa, è per INGEN, l’empatia.

Questo tipo di comunicazione, è ciò che si deve creare sempre tra Committente e Professionista.

Per noi progettare è un continuo scambio di esigenze, sensazioni, emozioni che portano il Committente in un viaggio esperienziale che ha come meta la sua “CASA IDEALE”.

Questo tipo di approccio non è usuale, può nascere solo in presenza di un #committenteilluminato, colui che sempre ricerchiamo.

Questo esercizio e’ stato utile per prendere atto:

  • Che la “donna ideale” è già al mio fianco;
  • Il progetto non è un disegno, ma il risultato di un percorso pluridisciplinare, fondato sul confronto, per arrivare all’obiettivo desiderato.
  • Che siamo pronti a progettare la tua “casa ideale”.

#etuchecommittentesei ?!

Eudemonia

Da Wikipedia:

“L’eudemonismo è la dottrina morale che riponendo il bene nella felicità (eudaimonia)[1] la persegue come un fine naturale della vita umana.[2]”

Praticamente la mattina quando ti svegli impegnati affinchè  quello che andrai a fare, sarà per il bene al territorio e  semplificherà la vita alle persone.

Basta questo per uscire di casa con un sorriso.